5 cose che impari quando sei una quasi trentenne….. (argh!!!)

Oggi è il mio compleanno, ahimé. Dovete sapere che ho un complesso con l’età, e soprattutto con il raggiungimento dei fatidici 30 anni. No, non fraintendetemi…..sono ancora nella ridente sponda dei vent’anni, ancora per un anno almeno. Ma visto che ormai ne manca solo uno per cambiare tristemente decennio 😛 , vi racconto cosa ho potuto ricavare di buono da questi 29 anni, cose che in fondo in fondo mi rendono contenta di non essere nella completa immaturità degli “early twenties” (no, non è vero, mi sto autoconvincendo sigh! XD XD )

  1. Autostima e me non sono mai stati in una stessa frase per più di due nanosecondi. Purtroppo quello è ancora il mio punto debole…. mi vedo brutta, con la pancetta, brufolosa, con i capelli bianchi, la cellulite, la couperose ecc, e in più spesso penso di non essere all’altezza delle situazioni, di non essere abbastanza intelligente e tosta per affrontare le prove che capitano sul mio percorso. Ma negli ultimi anni ogni volta che mi buttavo giù e pensavo di non farcela, sentivo sempre di più una vocetta interiore che mi sussurrava “stai tranquilla, alla fine in un modo o nell’altro ce la fai sempre”. Credo che questa vocetta significhi che sto maturando piano piano (con i miei soliti tempi biblici! XD) la consapevolezza di ciò che sono e di quali sono i punti di forza su cui posso contare per superare le difficoltà.
  2. Un uomo stronzo non è affascinante, è stronzo e basta! Ci siamo cascate tutte ragazze purtroppo. Quando siamo ancora ragazzine, il tizio misterioso, di cui non capiamo il comportamento enigmatico e che magari ha anche un passato turbolento (quella è la ciliegina sulla torta eh!) ci attira tantissimo, come il miele per le mosche. E ci arrovelliamo per capire “ma perché mi dice questo e poi fa il contrario?” “Magari perché altre donne in passato l’hanno fatto soffrire e ora non vuole impegnarsi, ma con me sarà diverso”, oppure “io riuscirò a fargli cambiare idea”…… ragazze, le crocerossine lasciamole in ospedale che lì sono più utili!! Io ci sono cascata come un albero di pere intero, ma è un’esperienza che mi ha aiutata a capire qual è il tipo di uomo con cui voglio davvero stare. Magari non quello che mi sorprende tutti i giorni, mi scrive lettere d’amore o conosce esattamente i miei gusti (suvvia, non esageriamo! 😛 ), ma quello che nel bene e nel male mi sta sempre vicino, quello che mi sussurra all’orecchio “sei stupenda” dopo che ci ho messo tre ore e mezza a truccarmi, quello che quando gli dico “amore, mi porti da Mac?” anche se sa che probabilmente invecchierà e sarà anche imbalsamato mentre mi aspetta, mi ci porta lo stesso. Questo è amore! 😀
  3. Sobrietà, che non vuol dire noia o mancanza di stile. Quando ero una ragazzina, non sapevo come attirare l’attenzione, o comunque come distinguermi e passavo dalle unghie dipinte di giallo o nero ai capelli con riflessi blu, alle minigonne super mini o i dettagli più stravaganti. E lo facevo perché non mi sentivo sicura del mio stile, non sapevo cosa davvero mi rappresentasse. Oggi ho capito che posso sentirmi me stessa con una camicia bianca e un paio di jeans, perché non ho bisogno di mostrare a nessuno attraverso i miei vestiti chi sono. Basta sentirmi a mio agio con ciò che indosso.
  4. Un tempo cercavo di stare simpatica a tutti, e se per qualche motivo non ci riuscivo ci rimanevo male e mi chiedevo cosa avessi fatto per non avere l’affetto o la stima di quella persona. La mia insicurezza mi portava a cercare l’approvazione di tutti. Oggi ho capito che davvero non m’interessa essere simpatica o amata da tutti. Questo non vuol dire diventare presuntuosi, ma semplicemente accettare che non si può piacere a tutti, amen. E poi, non piacere a tutti è anche un segno del fatto che si ha una personalità secondo me. Non so se sia un bene, ma più invecchio e meno peli ho sulla lingua. Certo, l’educazione è sempre al primo posto, ma cerco sempre di dire quello che penso e di non tenermi più tutto dentro. E, inevitabilmente, così facendo non si può piacere a tutti. Ma io sono più felice così.
  5. Più ci si avvicina ai trenta e più si diventa realistici, nel bene e nel male. Nel male perché ci si “àncora” con i piedi per terra e si smette un po’ di sognare (questo è almeno il mio caso). Quando ero una ragazzina sognavo a tutto spiano, volevo fare la scrittrice, componevo poesie, sognavo di girare il mondo, immaginavo tutto il tempo cose che desideravo per me e per il mio futuro. Un paio di cocenti delusioni hanno fatto scoppiare il palloncino di sogni che avevo e mi hanno fatto capire che questi sono i mezzi che ho ed è inutile nonché spesso doloroso sognare troppo. Da un lato ci ho perso in fantasia e creatività, ma dall’altro sto imparando piano piano ad essere soddisfatta di quello che ho e a non cercare appagamenti improbabili e difficilmente raggiungibili.

Cosa ne pensate voi? Vi ritrovate in qualcuno di questi punti? Fatemi sapere perchè mi piacerebbe tanto scambiare due chiacchiere con voi! :* Vi mando un bacione, vado a sbafarmi un po’ di torta per consolarmi! XD XD

Un anno di Eau de Rugiada!!

Ed eccoci qua. Esattamente un anno fa, piena di timidezza e incertezze ma con tanta passione aprivo questo piccolo blog. E’ tempo di bilanci, ma in realtà forse no. Nel senso che, come ogni cosa che faccio, con le mie solite manie di perfezionismo, aspiravo a rendere questo blog qualcosa di un pochino più “professionale”, per iniziare ad avvicinarmi a quella che è la mia vera passione in qualche modo, visto che il mio percorso lavorativo non c’entra molto con quello che davvero aspiro a fare nella vita. Sono partita in quarta ma dopo qualche mese mi sono accorta che pochissime persone leggevano quello che scrivevo, men che meno parenti e amici, e che era davvero difficile entrare nella “nicchia” delle blogger. Arrivò così il classico “sconforto della neo blogger”, con le solite domande: “cosa ci scrivo a fare qui se nessuno legge?”, “perché utilizzare tutto il mio tempo libero per un’attività che apparentemente non ha nessun riscontro?”. E fu così che poi mi rilassai, capendo che tutto dipende dalle prospettive. Nel blog come nella vita. In un anno sono cambiate tante cose nella mia vita: sono stata disoccupata tre mesi, ho cambiato tre lavori diversi e in tutto questo questo tempo si è ripresentata diverse volte la mia “cara” amica ansia. Ogni volta che avevo bisogno di sfogarmi, di dedicarmi a ciò che amo davvero, sapevo di poter contare su questo piccolo spazio. Pensare a cosa scrivere, come impostarlo, fare le foto, immaginare delle nuove rubriche, tutto queste cose hanno tenuto viva la mia creatività, la mia gioia di vivere. Perché entravo qui e sapevo che stavo dedicando del tempo a me stessa, a ciò che sono veramente al di là degli obblighi e delle responsabilità. Perciò, in un anno sì, è vero, non ho fatto collaborazioni con aziende e non ne ho mai contattata una per farle, i miei “follower” (che poi in realtà non mi piace molto chiamare così le persone che leggono qui ma vabbé, usiamo almeno la terminologia corretta! :P) sono ancora pochi, ma va bene così. L’amicizia delle ragazze dolcissime che ho conosciuto tramite questo blog vale più di qualsiasi grosso numero di follower. La soddisfazione di premere il bottone “Pubblica” dopo aver lavorato per ore su un post vale più di qualsiasi prodotto gratis che mi possa inviare un’azienda. La libertà estrema che ho di scrivere quello che mi passa per la testa, di approvare o bocciare un prodotto in tutta sincerità, di scrivere un post quando mi va davvero senza costrizioni e scadenze vale più di qualsiasi altro modo in cui potrei utilizzare il mio tempo libero. Forse questo blog non “decollerà” mai, ce ne sono davvero troppi sul web e spiccare sta diventando davvero difficile. Ma la verità è che voglio cercare di vivermi alla giornata anche il blog, senza pianificare nulla, senza obiettivi ambiziosi, lasciando parlare solo la mia passione. Non farò haul o giveaway per festeggiare questo anno perché non voglio persone che leggono in cambio di un regalino, o che si iscrivono qui per avere qualcosa in cambio. Io sono fatta così, so che a volte divento pallosa ma mi piace essere coerente. Lo dissi allora, nel post dell’apertura, e lo ribadisco adesso. Voglio solo ringraziare ogni singola persona che nel corso di quest’anno è entrata qui e mi ha dedicato qualche secondo del suo tempo. Devo migliorare tante cose, come per esempio essere più sintetica, fare foto più professionali, scrivere più spesso ed essere più attiva sulla pagina Facebook, ma il tempo purtroppo è quello che è. Ciò che so per certo è che questo è il mio angolo di paradiso, qui spariscono ansie, preoccupazioni, pensieri. Questo blog tira fuori la parte migliore di me, quella che si stupisce davanti alla bellezza, che sogna. Finché lui esisterà io avrò sempre un motivo per essere felice.

Love actually (secondo me)

Oggi nessun tag, niente make-up (tornerà dal prossimo post non temete! :P) ma una riflessione su uno degli argomenti più vasti e complicati che ci siano: l’amore. Sono anni e anni (sì vabbé, non sono così vecchia non esageriamo… 😛 ) che cerco di capirci qualcosa con risultati più o meno scadenti. C’era una volta, per esempio, una ragazza che pensava che gli uomini fossero bene o male tutti stronzi e l’amore era una brutta bestia che bisognava tenere lontana, perché ti toglie le energie, la concentrazione, ti fa perdere gli obiettivi importanti della tua vita, ti incasina e basta. E non era un cattivo punto di vista in verità, perché mi sentivo iperattiva, determinata, piena di sogni e progetti ed ero tipo un caterpillar che buttava giù tutto pur di raggiungerli. Poi un giorno ti innamori e da bulldog diventi barboncino….e iniziano le fatidiche domande che ogni donna si fa almeno una volta nella vita (e se ve le siete fatte una volta sola vi stimo infinitamente!): “gli piacerò?”, ” mi richiamerà?”, “sarà vero che esce solo con me?” ecc ecc. E finché non troviamo la risposta a queste fatidiche domande stressiamo amiche, mamme, zie, animali domestici (sì, io personalmente le ho fatte anche al mio cane che in segno di protesta abbandonava la cuccia! 😛 ). Ciò che ho imparato dall’amore è che gli uomini sono molto più lineari e logici di noi. Ciò che per noi può essere magenta, ciclamino, cipria, fucsia, salmone ecc ecc per un uomo è ROSA e basta. Ho capito che spesso ci facciamo mille paranoie su una cosa che è solo nella nostra testa, e magari la risposta è la più semplice e banale che ci sia. Per esempio, il mio attuale ragazzo dopo il primo appuntamento ci ha messo tre giorni per farsi risentire. I tre giorni più lunghi della mia vita. Non immaginerete la mia ansia, ho pensato che fosse andata male, che non volesse più rivedermi. E invece era semplicemente stato impegnato e non credeva che io fossi così in ansia per un suo sms. Ma noooooo, guardavo semplicemente lo schermo del cellulare 250 volte al minuto 😛 . Ho imparato che il giochetto del “non mi faccio sentire e faccio l’indifferente per vedere se mi cerchi” può funzionare se usato con moderazione, altrimenti ottenete l’effetto opposto. Alla fine è sempre meglio essere sincere con i propri sentimenti. Se morite dalla voglia di sentirlo ma vi trattenete perché volete vedere se lo fa prima lui, non trattenetevi, fatelo. Fare delle cavolate ogni tanto fa bene alla salute, se non altro vi dà un senso di liberazione perché trattenere la voglia di fare una cavolata sentimentale è un lavoraccio (tratto da esperienza personale in cavolatologia amorosa). Tanto, è inutile raccontarcela, noi donne ci innamoriamo prima degli uomini. Comincia a piacerci, stiamo bene con lui, piano piano ci pensiamo sempre di più finché ci rendiamo conto di essere innamorate. Usciamo con lui e stiamo tre ore davanti allo specchio per essere il più attraenti possibile, abbiamo il classico nodo allo stomaco appena lo vediamo. Per l’uomo è diverso: inizia ad uscire con una ragazza e magari sì, gli piace, ma non ci pensa più di tanto. Prima c’è la partita di calcetto, gli amici, la macchina, il lavoro, le solite abitudini che non vuole mica cambiare. In fondo la conosce appena e non sa come andrà. Noi fissiamo lo schermo del cellulare mille volte, loro vanno avanti con le loro vite e hanno piacere a sentirci ma non gira tutto intorno a noi. Noi siamo un fiume in piena, loro hanno i loro tempi. E certo, questa differenza di tempistica può creare problemi all’inizio. Sto chiaramente generalizzando e parlando secondo la mia esperienza, ovviamente non tutti gli uomini sono così e non tutte le donne sono così. Ma in linea generale gli approcci sono quelli. Quando si inizia a fare seriamente, quando il sentimento è reciproco, inizia un percorso che, siamo sincere, non è mai semplice. Sono fidanzata da quasi 5 anni. E in questi 5 anni ho sì pianto, ho avuto tanti dubbi, tante paure, ho creduto a volte che non fossimo più compatibili, che si fosse persa la magia. In 5 anni la vita può cambiarti molto, soprattutto quando sei nei fatidici “twenties” e ti avvicini alla trentina (ok, non ho detto la mia età e NON cercate di ricavarla! 😛 ). Cambiano obiettivi e tratti del carattere, sopraggiungono imprevisti e ostacoli come la distanza. Ma in 5 anni ho anche provato momenti di felicità estrema, ho pianto di gioia, mi sono sentita amata, ho desiderato che certi momenti non finissero mai, ho sognato un futuro e una famiglia con quella persona. Forse è banale dirlo, ma l’amore vale sempre la pena, anche quando sai già che ti può fare soffrire. A volte ti senti incompleta, senti che ti manca qualcosa per essere felice….. e poi ti innamori e ti rendi conto che, anche se apparentemente non è cambiato nulla nella tua vita e fai sempre le stesse cose, in verità è cambiato tutto dentro di te. Amate, non risparmiatevi mai, non trattenetevi mai perché non è mai tempo sprecato, fatica buttata. Ci saranno sempre difficoltà, incompatibilità, ma non bisogna arrendersi. Troppe coppie oggi si lasciano perché non hanno il coraggio di venirsi incontro, di avere pazienza. Gusti diversi, difetti, abitudini incompatibili, visioni del mondo contrapposte, ce ne vuole di pazienza a volte. Ma l’amore è la droga più grande che ci sia, io non so più stare senza. E anche se poi non funziona e vi lascia a pezzi, vi rimane sempre e comunque quella botta di vita, quella scarica di adrenalina che vi fa sentire vive. E vi rende poi più sagge, più pronte a non commettere gli stessi errori. Per esempio, noi donne quando ci innamoriamo tendiamo a mettere tutto da parte e a portare lui sul fatidico piedistallo. E’ una cosa naturale, ci viene spontaneo farlo sentire importante. Credo sia una delle cose più sbagliate da fare: un rapporto sano è costituito da persona A+ persona B (sto parlando di uomo e donna ma chiaramente questo vale sia per un rapporto etero che omo) che sono allo stesso livello di importanza. Non da persona A- zerbino + persona B- dominante, per quanto il fenomeno editoriale “50 sfumature di grigio” voglia sconvolgere gli equilibri di coppia. Non c’è nulla di più bello di una donna che segue i suoi progetti e i suoi sogni e rende il suo compagno partecipe di questi. Essere invece quel progetto o quell’unico sogno è per un uomo forse la cosa più pesante che ci sia. E poi, come finirà non lo può mai sapere nessuno. Si può solo provare ogni giorno. Un tempo credevo nel “per sempre”, oggi non mi sembra più tanto realistico. O comunque, se lo è richiede una dose quotidiana di coraggio, dedizione e passione. Ma, vada come vada, l’amore è un viaggio meraviglioso. Può portarvi contemporaneamente sulle montagne russe, sulla cima dell’Everest, in un sentiero tranquillo di campagna o in una caverna sotterranea. Ovunque vi porti, non abbiate paura di buttarvi, di seguirlo.

Vi lascio con queste bellissime parole di John Lennon:

“Ci hanno fatto credere che l’amore, quello vero, si trova una volta sola, e in generale prima dei trent’anni. Non ci hanno detto che l’amore non è azionato in qualche maniera e nemmeno arriva ad un’ora precisa…. Ci hanno fatto credere che ognuno di noi è la metà di un’arancia, che la vita ha senso solo quando riusciamo a trovare l’altra metà.
Non ci hanno detto che nasciamo interi, che mai nessuno nella nostra vita merita di portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: si cresce con noi stessi. Se siamo in buona compagnia, è semplicemente più gradevole.”

Voi che ne pensate? Raccontatemi le vostre esperienze e i vostri pensieri se vi va, sarebbe bello scambiarci un po’ di opinioni! Un bacione a tutte e buona domenica bellezze! :*

Riflessioni di una serata qualunque….o forse no.

So già che questo post non c’entra niente e che dovrei lasciare il precedente, quello che ho pubblicato domenica, per più tempo in vista perché molto probabilmente risulterà più interessante a chi vuole seguire un vero blog di make-up. Ma a volte mi viene un po’ da considerare questo blog un po’ come la versione evoluta del diario segreto con la copertina di Lupo Alberto e il finto lucchetto che chiunque poteva aprire che avevo da piccola. Dove scrivevo le cotte, le foto dei cantanti, le litigate con le mie coetanee, tutto ciò che mi passava per la testa. Forse è ancora un po’ così, l’unica differenza è che adesso posso parlare con voi. E anche se a volte mi vergogno a mettere in una rete immensa e inimmaginabile come internet tutti i miei pensieri, credo che sia bella l’opportunità che ci è stata data dalla tecnologia: quella di comunicare con persone che non ci hanno mai visto, che nemmeno sapevano che esistessimo, ma che provano le nostre stesse emozioni e vivono le nostre stesse esperienze. Oggi ero in palestra e mentre mi facevo la doccia (il mio classico momento catartico! XD) e chiudevo gli occhi per non fare entrare l’acqua nelle lenti a contatto, ho avuto una specie di epifania, come direbbe il buon vecchio James Joyce. Mi sentivo strana ultimamente, diversa. Ma non mi sono soffermata molto a pensarci, ad analizzare il perché. Vivevo e basta. Solita sveglia alle 6.40, colazione con cereali e caffellatte, i soliti epiteti affettuosi a chi per strada fa i 40 mentre io ho sempre fretta, lavoro, fidanzato e poche altre cose. Solito tram tram. Eppure dentro di me è cambiato qualcosa. Credo che ognuna di noi ha un momento nella vita in cui da “essere di sesso femminile” comincia a sentire di essere diventata una donna. C’è chi lo sente con le prime mestruazioni, chi al primo bacio, chi quando perde la verginità. O comunque, anche se non è legato a degli aspetti puramente “fisici”, c’è un momento in cui ognuna di noi sente che è cambiato qualcosa dentro. Io ho 28 anni ma diciamo che non sono mai stata una che ha “bruciato le tappe”. In molti aspetti sentivo che ero ancora quella bambina che si era tagliata i lunghi capelli che arrivavano sotto il fondoschiena (sì, erano lunghissimi!) per non essere più quella “diversa” della classe, o che si metteva a piangere e si chiudeva a riccio se qualcuno la trattava male. Per anni ho lasciato che le mie insicurezze mi bloccassero, involontariamente, era più forte di me. Arrivava una difficoltà, una cosa che non mi sentivo all’altezza di fare e la mia prima reazione era chiudermi a riccio e sfogare l’ansia con le lacrime. Poi capivo che potevo farcela e alla fine lo facevo, ma arrivare a capirlo era dura, ci voleva tutto un lavoro psicologico che dovevo intraprendere ogni volta con fatica. E così sono arrivata ai 28 anni. Una donna all’anagrafe e fisicamente, ma con tanti aspetti infantili dentro. Finché un mese fa ho iniziato un nuovo lavoro. L’ansia si è ripresentata come quella vecchia bottiglia di scotch che nascondi nell’armadio anche se ti sei ripromessa di non bere più. Ma stavolta sento che c’è qualcosa di diverso. In quest’ultimo mese mi sono fatta travolgere dalla frenesia delle mille cose da imparare, dei nomi dei colleghi da ricordare, degli orari e i ritmi nuovi e del cambiamento a cui devo abituarmi, ma non mi sono ancora fermata a guardarmi dentro, a capire come sto. Finora sono stata come immersa in una boccia per i pesci. Tutto sembra enorme e frenetico fuori, io giro in tondo lì dentro per stare al passo del mondo esterno, ogni tanto esco per respirare ma ho bisogno dell’acqua, mi sento protetta così. Oggi invece è successa una piccola cosa a cui non ho fatto caso subito, ma che ha cambiato tutto. Dovete sapere che, pur essendo laureata in lingue ho un terrore, dovuto alla mia timidezza: fare le telefonate commerciali in inglese. Capite bene che per fare il commerciale estero se non te la senti di fare le telefonate in lingua è meglio che cambi mestiere!. Ma ho paura di fare brutte figure davanti ai colleghi, di non sapere cosa dire, di non sapere chi risponderà e cosa mi chiederà. Oggi senza pensarci mi sono offerta di fare una telefonata, per aiutare un mio collega che non parla inglese. Vi sembrerà una cavolata, e probabilmente lo è, ma per me averlo fatto spontaneamente e senza essere costretta è stata una rivelazione. In questi giorni mi sono accorta che ogni volta che ho timore di fare qualcosa, che non me la sento e mi chiuderei a riccio perché i miei colleghi sono troppo bravi, e non arriverò mai a quel livello e bla bla bla, sento che c’è una vocina dentro di me che mi dice “forza, tu non sei da meno. Puoi farcela”. Così l’ho capito, l’ho sentito per la prima volta. Sono diventata una donna. Sento che sto diventando forse un po’ meno sognatrice ma un po’ più pratica, un po’ meno ribelle e insoddisfatta ma più tenace e caparbia. Questo lavoro non è ciò che avevo immaginato per il futuro, sicuramente, mi sono sempre vista a fare cose creative. Ma per la prima volta nella mia vita sento che ho preso una strada, che non sto andando a caso. Dove mi porterà non lo so, so solo che ho imparato, e quella vocina me l’ha mostrato oggi, che la mia testa non creerà più ostacoli di quelli che la vita ti pone davanti, ma d’ora in poi mi aiuterà a buttarli giù. Come una vera donna.

The Audrey Hepburn story…è possibile fare un biopic fedele su Audrey?

Lo so, lo so che si parla di lei ovunque e che questo potrebbe risultare un post poco originale. Ma come si fa a non amare Audrey? Era non solo una donna bellissima in maniera assolutamente naturale che non si atteggiava a diva ma che nonostante questo ha influenzato un’intera generazione di donne ed è diventata un’icona della moda, ma era anche uno spirito sensibile e profondo. Quando si pensa ad Audrey di certo non si associa a lei la classica immagine della bomba sexy tanto in voga tra le attrici contemporanee. Aveva poco seno, era magrissima e non era di certo provocante. Anzi, il suo era quasi un corpo da bambina. Credo che quasi tutte noi l’abbiamo scoperta guardando “Colazione da Tiffany”. Se ci pensate, non è una storia particolarmente originale. Lei è una prostituta di alto bordo che si guadagna da vivere facendo il mestiere più vecchio del mondo, ma si veste come una signora e mantiene il riservo sulla sua vita perché non vuole innamorarsi e vuole rimanere uno spirito libero. Finché conosce uno scrittore squattrinato mentre è alla ricerca del marito ricco ideale e se ne innamora. Questo è il succo della storia. Niente di spettacolare se ci pensate. Ma è lei, con il suo viso spigoloso dagli occhi troppo grandi che però la rendono incredibilmente dolce ed espressiva, è lei che riempie l’intero film. Lei che era completamente l’opposto rispetto ad Holly Golightly e che disse infatti “sono un’introversa. Interpretare una ragazza estroversa è stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto”. Lei che a differenza di altre attrici del periodo (vedi Elizabeth Taylor o la stessa Marylin Monroe) si tenne lontana da eccessi e scandali e si dedicò alla famiglia e all’impegno umanitario in Africa con l’Unicef. Non era facile trovare un’attrice contemporanea che la interpretasse in maniera fedele, e quando ho saputo che nel 2000 è stato realizzato un biopic sulla sua vita in due puntate, sono corsa a vederlo. “The Audrey Hepburn story” non è mai giunto in Italia, èaudrey stato prodotto solo per la televisione americana e si trova in rete solo in inglese o in francese. Chi è stata scelta per interpretare Audrey? Jennifer Love Hewitt. Mah. Non mi ha convinta molto la scelta, Jennifer è molto più formosa di Audrey e ha un forte accento americano che non si sforza molto di camuffare. Avrei preferito magari Anne Hathaway o Audrey Tatou, credo che abbiano una delicatezza innata sia dei modi che dei lineamenti che le fanno assomigliare ad Audrey più di Jennifer. Il telefilm ripercorre la vita di Audrey dall’infanzia in Belgio (è nata a Ixelles, un quartiere di Bruxelles) e le varie vicissitudini che lei e la madre dovettero affrontare durante la Seconda Guerra Mondiale fino ai primi successi cinematografici, la vittoria dell’Oscar per la sua interpretazione di “Vacanze Romane” e il matrimonio con Mel Ferrer. Non mi sto a soffermare sulla vita di Audrey, ovunque trovate biografie accurate. Voglio parlarvi in particolare del modo in cui la biografia di Audrey è stata raccontata in questo biopic. jenniferAvevo letto che non aveva ricevuto un grande successo di critica, e guardandolo ho capito perché. Sicuramente vi fa passare due ore piacevoli, perché credo che la ricostruzione storica dell’abbigliamento e del make-up (di cui poi parleremo) sia abbastanza accurata. Ma non mi piace l’immagine di Audrey che viene fuori da questo film. Sarà perché Audrey era un’attrice e una donna così fuori dal comune che Hollywood non sa come rappresentarla. O sarà che oggi la nuova Hollywood è diventata soltanto una gran “americanata” (passatemi il termine) e il bisogno di rendere i contenuti spettacolari e immediatamente “ingoiabili” dallo spettatore fa sì che tutto diventi più superficiale e pacchiano. Provate a guardare “Sabrina”, “Colazione da Tiffany”, “Arianna” o “Funny face” e confrontatelo con dei celebri film sentimentali dei nostri tempi come “Harry ti presento Sally” o “Pretty woman”. Non c’è paragone. I primi sono dei film delicati, pieni di una sottile ironia ed un’eleganza senza tempo, privi di volgarità e anche se le storie possono a volte risultare scontate o un po’ inverosimili voi mentre guardate non ci fate caso, vi sembra quasi di essere immerse in un’atmosfera sognante e magica. Oggi purtroppo credo che la filmografia moderna abbia perso quella capacità di far sognare lo spettatore. I film vogliono rispecchiare nel modo più fedele possibile la realtà, ma questo tentativo si traduce sempre in scene di sesso sempre più esplicite, violenza gratuita e dialoghi volgari e pieni di parolacce (avete notato che nei film di una volta non compaiono mai?) e raramente mi capita ormai che un film mi faccia sognare. Ma se il cinema rispecchia i valori della gente del suo tempo, allora forse siamo noi che stiamo smettendo di sognare e abbiamo perso quella magia e quell’eleganza. Per questo Audrey non potrà secondo me essere interpretata mai da nessuna attrice. Jennifer Love Hewitt è molto bella e si sforza di essere aggraziata ma manca di quella dolcezza e raffinatezza innata che aveva Audrey. E una cosa che mi ha dato particolarmente fastidio di questo telefilm è il fatto che Audrey venga continuamente raffigurata come una donna infantile, perennemente insicura di sé audrey-hepburn-in-funny-face-pinkwhite-gown-2stessa e naturalmente portata a flirtare e ad innamorarsi di tutti gli attori maschi che incontrava nel set. Ecco l’americanata. Anche il rapporto con il padre, che l’abbandonò da piccola per unirsi ai nazisti, viene portato a livelli drammatici esagerati. E diventa anche pesante il modo in cui si insiste sul desiderio di maternità di Audrey, quasi come se non volesse altro nella vita. Comunque, direi che la Hewitt è brava a fare i telefilm come “Ghost Whisperer” e “The Client list”, dove interpreta molto bene personaggi perfettamente radicati nella nostra realtà e nei nostri tempi, ma non ha la grazia e la tenerezza di Audrey. Non si rimane incantati guardandola. Credo che il tipo di femminilità rappresentato da Audrey, fatto di una classe e di una bellezza innocente che non ha bisogno della nudità per affermarsi, sia ormai tramontato ad Hollywood. Ciò che ho apprezzato in questo biopic è la riproduzione dell’iconico make-up di Audrey. La make-up artist di Jennifer, Bonita DeHaven, ha ripreso per tutto il film il make-up di Audrey in Funny Face (vedi foto sopra): incarnato perfetto, riga di eyeliner spessa ma senza la classica codina finale, ciglia finte e un bellissimo rossetto rosso corallo. In tutte le scene del jennifer 2film Jennifer ha questo make-up. Ho fatto degli screenshot mentre guardavo il film, trovate qui di seguito le foto. Qui a sinistra c’è la rievocazione del bellissimo vestito di Givenchy che Audrey aveva nella scena del ballo in “Sabrina”. Mi è sembrato interessante l’idea di parlarvi dei prodotti che si potrebbero usare per ricreare questo look, partiamo subito! 🙂

Viso: negli anni ’50 l’incarnato era rigorosamente opaco. Perciò cominciamo applicando un velo di primer viso per tenere a bada la lucidità, io amo il primer bio della Couleur Caramel. Non so che diavoleria ci sia tra gli ingredienti, ma quando lo applicate vi rende immediatamente la pelle liscia come la porcellana, è incredibile! *_*. Poi applico il fondotinta minerale della Benecos con il pennello buffing brush di Real Techniques facendo dei movimenti circolari. Per evitare il classico effetto polveroso del fondotinta minerale, potete provare a spruzzare un po’ della Nebbia fissante di Neve Cosmetics (o una qualsiasi acqua termale spray) tenendo l’erogatore a circa 20 cm di distanza. Funziona, l’effetto mascherone polveroso sparisce ve l’assicuro! :*. Niente contouring perché la base di Audrey è davvero fresca e molto semplice, la concludiamo con un po’ di correttore per le occhiaie (io uso il mio fedelissimo Under Eye concealer di Nabla di cui vi parlo qui) e come blush creiamo un effetto bonne mine con il mio amato Amour di Nars, un bellissimo rosa opaco.

Occhi e sopracciglia: Audrey è celebre per le sue bellissime sopracciglia. Io di solito a parte andare dall’estetista una volta al mese per metterle a posto perché da sola sono impedita 😛 non faccio altro, lascio le mie sopracciglia così come sono quando mi truccoaudrey_hepburn_legend perché sono già folte di mio. Quelle di Audrey come vedete nella foto a fianco sono molto folte e angolate, quindi è meglio definirle con un pennello angolato e un ombretto marrone scuro piuttosto che con la matita, il pennello vi permette di disegnare l’angolo in maniera più precisa. Potete utilizzare l’Eye brow set di Catrice e fissare il tutto con il gel ciglia e sopracciglia di Essence. Per il make-up occhi possiamo dare profondità allo 604214396906_nakedbasicssguardo con due ombretti opachi, io applicherei su tutta la palpebra W.o.s. (il terzo ombretto da sinistra nella foto a fianco) della Naked Basics 1 di Urban Decay e sulla piega Faint (il secondo ombretto da destra) sempre della stessa palette. Poi per l’iconica riga di eyeliner mi affiderei al mio amato eyeliner in gel Lasting drama della Maybelline insieme al pennello angolato n.172 della Make up Forever che ho preso al Cosmoprof! 🙂 La riga va tracciata il più vicino possibile alle ciglia, in modo da farle sembrare più folte. E ci fermiamo allajennifer 2 fine dell’occhio, senza fare la solita codina tipica del cat-eye (vedi foto a fianco, la make-up artist di Jennifer non ha creato la tipica codina). Infine, abbondante mascara o ciglia finte. Io adoro il “They are real” di Benefit….questo è un mascara che si s1343938-main-hero-300odia o si ama, non c’è una via di mezzo. Ho letto diverse recensioni negative e in effetti è vero che non si strucca con facilità e lo scovolino pieno zeppo di dentini di plastica sembra più uno strumento di tortura (non sapete quante volte all’inizio mi capitava che uno di quei dentini mi graffiasse e mi piangeva immediatamente l’occhio, rovinando mezzo trucco!), ma quando ci prendete la mano e imparate ad usarlo vi fa delle ciglia davvero strepitose!!!.

Labbra: Per scrivere questo post, sono andata alla ricerca del perfetto rossetto rossojennifer 3 corallo che Jennifer indossa in tutto il telefilm (vedi foto a fianco) e durante le mie ricerche in rete mi sono innamorata dell’iconico rossetto Fire and Ice di Revlon, non tanto per il colore (per una volta! 😛 ) quanto per la sua storia. Questo rossetto è uscito sul mercato nel 1952 e Revlon riuscì in quell’occasione a creare una delle pubblicità di maggiore successo nella storia del marketing della cosmetica. Per la fire and iceprima volta, infatti, viene presentata l’immagine della donna sensuale e forte in una pubblicità, associata al colore rosso del rossetto. Fu scelta come testimonial la top model dell’epoca, Dorian Leigh e la pubblicità per la prima volta a colori comparve su Vogue e fece moltissimo scalpore. Le donne che acquistavano quel rossetto, infatti, erano invitate ad identificarsi con la donna glamour e sensuale della pubblicità. L’ho cercato ovunque questo rossetto ma purtroppo ragazze non l’ho ancora trovato 😦 Non so se sia andato fuori produzione (mi sembra strano visto che in rete ci sono reviewsWP_20150412_004 del 2014) o forse in Italia non esiste più. Allora ho “ripiegato” su uno dei nuovi rossetti di Marc Jacobs. HoWP_20150412_023 preso il numero 234 Core Cora, un bellissimo rosso corallo. L’ho provato solo un paio di volte, più che altro per vedere il colore e per capire se secca le labbra o meno. Per ora vi posso dire che il colore è satinato più che matte e risulta pienamente omogeneo con un paio di passate, non va nelle pieghette e per ora non mi sembra che secchi le labbra. Il packaging è una cosa meravigliosa, la chiusura è magnetica e il tubetto è WP_20150412_028davvero elegantissimo. Vi dirò appena avrò modo di testarlo meglio se resiste ai pasti o meno! 🙂 Il prezzo è di 29,50€. Spero vi sia piaciuto questo mio post, ho voluto combinare la mia passione per Audrey e il cinema con quella per il make-up! 🙂 Vi mando un bacione e al prossimo post! ❤

 

Il post anti-festa delle donne

Della serie “facciamo della polemica aggratis”…oggi tutti celebrano le donne, i fioristi lavorano a manetta, in tv fioccheranno i programmi che ricordano quanto siamo importanti per la famiglia e la società e io arrivo con questo post a fare la guastafeste. E vabbé, abbiate pazienza. Ero lì tranquilla che stavo per finire il post a cui sto dietro da giorni per colpa del sole che non voleva collaborare per le foto, e ho avuto un formicolio mentale. Avete presente quando sentite in tv una cosa che vi indigna mentre vi mangiate tranquille e beate una pizza? Ecco, quando c’è una cosa che mi indigna il mio animo da sindacalista fallita deve scriverlo. Mi vengono i formicolii mentali che diventano prurito fastidioso finché non smetto di fare qualsiasi cosa sto facendo, apro qui e scrivo. Diciamo che questo post nasce nel mio periodo di transizione tra l’integralismo femminista e il femminismo moderato. La fase dell’integralismo femminista cominciò alle medie circa. Ricordo che un giorno vidi una mia compagna di originalclasse in lacrime per una delusione amorosa, e io da grande e sensibilissima psicologa che sono, le dissi “per così poco piangi?”. Lei ovviamente mi guardò come Ivan Drago in Rocky 4 (per chi non avesse mai visto il film, ecco la foto-testimonianza qui accanto!). Per un’integralista femminista, gli uomini non sono fondamentale compagnia nella vita, anzi, una vera integralista ne fa volentieri a meno per non complicarsi l’esistenza. Un’integralista femminista vede l’uomo come un potenziale nemico che pretende accaparrarsi i posti di lavoro migliori con la scusa che secondo lui riesce a svolgere meglio quei compiti per il suo naturale istinto di cacciatore, mentre noi donne antropologicamente saremmo secondo lui più portate ad allevare i piccoli e raccogliere i frutti sfigati che crescono sugli alberi. L’integralista femminista s’inalbera spesso e aspira a diventare una donna manager, non parlatele di figli perché vi farà un’arringa interminabile sul fatto che le donne non sono nate solo per sfornare bambini. A formare questo caso umano patologico che ero io (non che ora non lo sia più ma questo è un altro discorso) ci si metteva anche un’adolescenza a pane e Sex and the City (come fai a non amare Samantha Jones e frasi come “Noi siamo sempre sole, anche se abbiamo un uomo. Mettiti una bella armatura e affronta la vita come faccio io: godendoti gli uomini senza aspettare che ti soddisfino”, e questa è la frase più pudica che ricordo! 😛 ) e un paio di delusioni amorose. Sì, perché l’integralista femminista ogni tanto fa delle incursioni per studiare il nemico nel suo habitat naturale (e qui parte la sigla di Superquark!), a volte rischia di soccombere al fascino del nemico ma ritorna in sé con rinnovata cattiveria e acidità. Finché arriva il giorno più temuto dall’integralista. Quello in cui s’innamora davvero e non capisce più niente. Passa dal “vi-odio-tutti-siete-tutti-uguali” al “piccipicci-ma-no-dai-lui-è-diverso”. E fu così che 4 anni fa circa, la sottoscritta depose il kalashnikov e le quattro o cinque bombe a mano che teneva in dispensa perché non si sa mai, e decise di passare all’area del femminismo moderato. Che di solito la parola “moderato” non mi è mai piaciuta perché fa un po’ rima con “sfigato”, sembra uno che se ne sta sempre un po’ lì, indeciso, e non prende mai posizione. Ma in verità forse questa è la forma migliore di affrontare la domanda che ogni essere di sesso femminile si pone almeno una volta nella vita: che tipo di donna voglio essere?. In due settimane ho fatto due colloqui di lavoro, in entrambi i casi mi è stato chiesto rispettivamente “sei sposata?” e “hai intenzione di sposarti?”. La cosa mi ha fatto, scusate il francesismo, incazzare. I datori di lavoro si sentono un po’ minacciati dalle quasi trentenni. Loro ci vorrebbero perennemente single, lavoratrici instancabili, flessibili, dinamiche, sempre a disposizione. Il mondo della pubblicità e del marketing ama le forme sinuose del corpo femminile, la nostra capacità estetica di attrarre l’attenzione di chi guarda, e associa da sempre al nostro corpo bevande alcoliche, 1313235856_salma_hayek_-_camparimacchine, borse, vestiti, profumi ecc ecc. (ditemi voi cosa c’entra il davanzale di Salma Hayek con il Campari!!). Da sempre esiste il concetto secondo cui se hai avuto il dono di essere avvenente di sicuro otterrai tutto più facilmente. Soldi a volontà, uomini ai tuoi piedi, una carriera dove gli ostacoli sono così bassi e rari che li salti tranquillamente con il tacco 12. Oggi l’immagine di donna è ancora più confusa. Avevamo fatto qualche passo in avanti e poi escono libri e film come “Cinquanta sfumature di grigio” in cui il protagonista, figo, ricco e stronzo circondato da mille metafore che inneggiano alla sua virilità (auto di grossa cilindrata, elicotteri, ville ecc) trasforma una ragazza apparentemente intelligente in una perfetta schiava sessuale. E come se non bastasse, questa qui colpita dalla classica sindrome della crocerossina, vuole persino salvarlo dalla perversione. Una donna normale se ne scapperebbe a gambe levate. Lei no, lei riduce il femminismo al tentativo di far innamorare e rieducare un uomo pericoloso e ossessivo che la vuole sostanzialmente frustare. Libro che ha venduto milioni di copie, film che ha suscitato grande attenzione e curiosità ma che ci riportano all’età della pietra. Uomo cacciatore-donna raccogli frutti sfigati. E crea un messaggio di fondo pericoloso: un uomo violento si può rieducare con l’amore che solo una donna può offrire. Ecco il classico cliché da cui nascono tanti casi di violenza domestica. Quasi 3 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni in Italia sono vittime di abusi e violenze domestiche. E il 97% di queste violenze non vengono denunciate. “Sono sicura che non lo farà più”, “cambierà”, “sopporto tutto questo per i bambini”, “in fondo lo amo”. No, queste scuse non sono ammissibili. Non siamo crocerossine, siamo donne. Un rapporto d’amore sereno tra uomo e donna non è un’utopia, ma dobbiamo pretenderlo, dobbiamo amare prima noi stesse. Oggi è nostro dovere porci una domanda, tutte noi: che tipo di donna vogliamo diventare? Che tipo di femminismo vogliamo trasmettere alle nostre figlie?. C’è tanto lavoro da fare ancora. In Italia ogni 100 uomini laureati ci sono 155,8 donne che hanno raggiunto lo stesso traguardo accademico. Eppure, i lavoratori uomini guadagnano il 7,3% in più delle lavoratrici. Nel febbraio 2014, il tasso di disoccupazione maschile era del 12,5% e quello femminile del 13,6%. E il dono che la natura ci ha dato, la capacità di donare la vita, spesso ci penalizza: solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici, rendendo sempre più difficile coniugare famiglia e lavoro. L’8 marzo, perciò, deve essere per noi una data per riflettere. Il cambiamento deve partire da noi. Spesso mi è capitato di lavorare in ambienti con sole colleghe donne, e alle superiori sono capitata per 3 anni in una classe di sole donne. Beh ragazze, ci sono stati momenti in cui ho desiderato tanto la presenza di un maschio per allentare la tensione. Spesso si creava il classico “pollaio”, con una che sparla dell’altra, questa che spettegola su quella e l’altra che dice cattiverie su tutte. Noi donne siamo spesso troppo competitive, invidiose, invece di collaborare ci mettiamo i bastoni tra le ruote per stupide gelosie. So che sarò impopolare dicendo queste cose, ma è ciò che penso e sapete che sono sempre sincera. Usiamo questo 8 marzo non per regalarci le mimose (potevano scegliere dei fiori più belli per festeggiarci, a me ‘ste palline gialle non piacciono molto! :P), per sentirci dire quanto siamo importanti da una società che ancora non sa valorizzarci. E che il 9 marzo si sarà già dimenticata di noi. Usiamo questo giorno per pensare che tipo di donne vogliamo diventare, come possiamo farci valere nell’ambiente in cui viviamo e soprattutto, come possiamo essere solidali e collaborative con le altre donne. Solo noi possiamo cambiare lo status quo, senza cadere nei vecchi schemi dell’integralismo femminista per cui “l’uomo è il nemico”. Non è una lotta tra i sessi, è un’affermazione di ciò che siamo. Noi non dobbiamo a tutti costi assumere delle caratteristiche maschili per affermarci, per “competere” con loro. E’ qui che il vecchio femminismo sbagliava. Non voglio più essere la donna manager acida, senza figli e spregiudicata (anche perché per come sono messa adesso direi che all’epoca avevo “high hopes” come direbbe Bruce Springsteen, potrei diventare una manager tra tre o quattro reincarnazioni se mi va bene! XD) che tiene testa ai colleghi maschi. Voglio far valere sensibilità, maternità e creatività e affermarmi proprio per queste mie caratteristiche femminili. E cominciamo a lavorare dal linguaggio, eliminando frasi come “non fare la femminuccia”, parole come “zitella” o i tanti proverbi retaggio di una cultura maschilista, come diceva Mina:

“Sto fatto che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna mi sembra una gran cretinata. E’ la solita storia che puzza di mancia, di gratifica natalizia, di carità, di bel gesto nei confronti di noi donne, esseri inferiori. Io mi sono rotta leggermente le palle. E dietro una grande donna c’è sempre chi o che cosa? Solo se stessa, temo”.

Spero che questo mio post vi sembri interessante e vi stimoli qualche riflessione non solo in occasione della festa della donna ma ogni giorno della vostra vita. Un bacio a tutte, vi prometto che il prossimo post sarà sul make-up! 😉

Dignità e under 30….due parole compatibili o no?

Di solito non amo parlare qui sul blog di questioni personali. Preferisco tenere la mia “io” reale nascosta e far parlare il mio alter ego di cose leggere e allegre. Ho aperto questo blog per farlo diventare il mio angolo felice, per distrarmi e pensare solo a cose belle. Ma ci sono cose che non si possono tacere, non più. Voglio parlarne perché se qualcuna di voi si trova in questa situazione (spero nessuna) deve reagire, non deve più abbassare la testa e dire “pazienza, va così”. Se vogliamo che qualcosa cambi, o almeno che la nostra dignità non venga più calpestata, dobbiamo alzarla la testa. Ieri mi sono licenziata. “Sei pazza, con la crisi che c’è?” Direte. Beh, in effetti dopo il “senso di onnipotenza” che ho provato ieri per aver avuto il coraggio per la prima volta nella mia vita di farlo oggi lo sto pensando, di essere pazza. Ma ho capito che c’è una cosa che mi rimane e che è solo mia, solo io posso custodirla e ho il dovere di farlo: la mia dignità. Ho iniziato lunedì questo tirocinio in uno studio legale (ho 28 anni, mi sono laureata 3 anni fa e sto ancora a fare i tirocini, vabbé) senza sapere che orari avrei fatto, se sarebbe stato retribuito o meno e quanto sarebbe durato. Sapevo soltanto che c’era una settimana di prova (gratis) e che poi boh, forse se ne sarebbe parlato se la superavo. Non ho chiesto nulla (anche se forse era il mio diritto saperlo) perché mi hanno sempre detto (e ho visto gente che è stata scartata nei colloqui perché lo chiedeva) che non si deve mai parlare di soldi né del “dopo” durante un colloquio. Vi dico soltanto che dopo due giorni in cui sono stata trattata peggio di una scimmia in un circo e sgridata persino perché ho mangiato un biscotto mentre lavoravo a metà mattinata, ieri sera ho avuto uno di quei 5 minuti di follia irresponsabile che ogni tanto si hanno nella vita e mi sono licenziata. Sul momento non ci volevo credere nemmeno io alle parole che erano uscite dalla mia bocca “sono una persona educata, mi sono impegnata al massimo e non merito di essere trattata così”. Mi sgridavo, dicevo “ecco, adesso sei di nuovo disoccupata”. Ma poi ho capito che nella mia lunga storia di persona con un’autostima pari ai capelli veri di Berlusconi, per la prima volta ho fatto un gesto di amore per me stessa. Viene però da chiedersi: quando è successo che noi giovani, con o senza laurea tanto ormai siamo tutti nella stessa barca, siamo diventati dei sacchi da pugile umani? Che qualsiasi datore di lavoro può venire e dare un pugno ogni tanto, giusto per sfogarsi?. E com’è possibile che ogni volta nella loro testa scatta sempre il meccanismo under 30= essere facilmente sfruttabile?. Io fino a ieri sono sempre stata l’esempio della pedina che nutre un sistema corrotto. Abbassare la testa, dire a me stessa “devi resistere”, “stai imparando qualcosa almeno”, “devi fare la gavetta”. Ma questa manipolazione mentale che facciamo a noi stesse per giustificare il fatto di aver accettato delle condizioni di lavoro assurde, non fanno altro che alimentare un sistema che sarà sempre più malato e schiavista. Una cosa è dover imparare, avere poca esperienza e ovviamente per questo non poter aspirare a lavori super fighi per il momento. E ci sta, è nell’ordine delle cose da sempre ed è giusto così. Ma un’altra cosa ben più diversa è essere trattati come degli schiavi (e sono sempre più convinta che lo stagista è lo schiavo moderno), essere umiliati e considerati inferiori solo perché dobbiamo ancora imparare. Non dimentichiamo mai che c’è differenza tra queste due cose. Molta differenza. Oggi stiamo perdendo il concetto di dignità, di valore dell’essere umano. Ieri, appoggiando le chiavi sul tavolo della titolare e andandomene ho sentito che per la prima volta scoprivo cos’è la dignità. La sentivo dentro che ruggiva. Forse non combinerò mai nulla nella mia vita, ma ieri ho scoperto cos’è davvero la dignità e non l’abbandonerò più. Non permetterò più che nessuno la calpesti o mi faccia credere di non averla. Non giudico nessuno, so che quando si devono pagare bollette e affitto o si ha una famiglia a carico si abbassa la testa a priori e di certo non intendo con questo post criticare chi lo fa perché l’ho fatto anch’io finora. Però se ne avete la possibilità, se non avete nessuno a carico e dovete rispondere solo a voi stesse, dite di NO. Cominciamo a spezzare questa catena maledetta, cominciamo a far capire a queste persone che non definisco per non cadere nel volgare che essere giovane non vuol dire essere una tabula rasa di cui loro possono servirsi a piacimento. Ognuna di noi ha un bagaglio di esperienze, di conoscenze, di sacrifici che hanno un valore. Dobbiamo essere noi stesse prima di tutto a riconoscerle, senza farci influenzare da chi ci dice che “dobbiamo imparare tutto da zero” e quindi va bene lavorare 50.000 ore con una paga ridicola, beccarsi gli scazzi di chiunque e sognarsi di notte cose come contributi, malattia e (possibilmente) ferie. E se dire di no non funzionasse perché poi non cambia nulla lo stesso in questo paese, almeno vi sentirete in pace con voi stesse. Che non è poco. Scusate lo sfogo ma davvero, avevo bisogno di dirle queste cose. Potrebbe essere considerato un post leggermente politico ma in realtà non lo è perché io sono apolitica. La dignità, i diritti dei lavoratori, non dovrebbero avere un colore, un partito né una bandiera. Dovrebbero essere universalmente riconosciuti, dovrebbe essere un dato di fatto come dire che una ragazza dal sottotono giallo non può usare un fondotinta con sottotono rosa, ecco. E invece stiamo ancora qua, con quelli che ci dovrebbero difendere che fanno finta di stare facendo qualcosa per noi. Eppure a noi nel nostro piccolo è rimasto qualcosa, una parola che può cambiare di certo non il mondo ma sicuramente l’immagine che abbiamo di noi stesse: NO. Nessun ombretto, rossetto o fondotinta può rendere più bella una donna che si sente già sicura di se stessa.