Il post anti-festa delle donne

Della serie “facciamo della polemica aggratis”…oggi tutti celebrano le donne, i fioristi lavorano a manetta, in tv fioccheranno i programmi che ricordano quanto siamo importanti per la famiglia e la società e io arrivo con questo post a fare la guastafeste. E vabbé, abbiate pazienza. Ero lì tranquilla che stavo per finire il post a cui sto dietro da giorni per colpa del sole che non voleva collaborare per le foto, e ho avuto un formicolio mentale. Avete presente quando sentite in tv una cosa che vi indigna mentre vi mangiate tranquille e beate una pizza? Ecco, quando c’è una cosa che mi indigna il mio animo da sindacalista fallita deve scriverlo. Mi vengono i formicolii mentali che diventano prurito fastidioso finché non smetto di fare qualsiasi cosa sto facendo, apro qui e scrivo. Diciamo che questo post nasce nel mio periodo di transizione tra l’integralismo femminista e il femminismo moderato. La fase dell’integralismo femminista cominciò alle medie circa. Ricordo che un giorno vidi una mia compagna di originalclasse in lacrime per una delusione amorosa, e io da grande e sensibilissima psicologa che sono, le dissi “per così poco piangi?”. Lei ovviamente mi guardò come Ivan Drago in Rocky 4 (per chi non avesse mai visto il film, ecco la foto-testimonianza qui accanto!). Per un’integralista femminista, gli uomini non sono fondamentale compagnia nella vita, anzi, una vera integralista ne fa volentieri a meno per non complicarsi l’esistenza. Un’integralista femminista vede l’uomo come un potenziale nemico che pretende accaparrarsi i posti di lavoro migliori con la scusa che secondo lui riesce a svolgere meglio quei compiti per il suo naturale istinto di cacciatore, mentre noi donne antropologicamente saremmo secondo lui più portate ad allevare i piccoli e raccogliere i frutti sfigati che crescono sugli alberi. L’integralista femminista s’inalbera spesso e aspira a diventare una donna manager, non parlatele di figli perché vi farà un’arringa interminabile sul fatto che le donne non sono nate solo per sfornare bambini. A formare questo caso umano patologico che ero io (non che ora non lo sia più ma questo è un altro discorso) ci si metteva anche un’adolescenza a pane e Sex and the City (come fai a non amare Samantha Jones e frasi come “Noi siamo sempre sole, anche se abbiamo un uomo. Mettiti una bella armatura e affronta la vita come faccio io: godendoti gli uomini senza aspettare che ti soddisfino”, e questa è la frase più pudica che ricordo! 😛 ) e un paio di delusioni amorose. Sì, perché l’integralista femminista ogni tanto fa delle incursioni per studiare il nemico nel suo habitat naturale (e qui parte la sigla di Superquark!), a volte rischia di soccombere al fascino del nemico ma ritorna in sé con rinnovata cattiveria e acidità. Finché arriva il giorno più temuto dall’integralista. Quello in cui s’innamora davvero e non capisce più niente. Passa dal “vi-odio-tutti-siete-tutti-uguali” al “piccipicci-ma-no-dai-lui-è-diverso”. E fu così che 4 anni fa circa, la sottoscritta depose il kalashnikov e le quattro o cinque bombe a mano che teneva in dispensa perché non si sa mai, e decise di passare all’area del femminismo moderato. Che di solito la parola “moderato” non mi è mai piaciuta perché fa un po’ rima con “sfigato”, sembra uno che se ne sta sempre un po’ lì, indeciso, e non prende mai posizione. Ma in verità forse questa è la forma migliore di affrontare la domanda che ogni essere di sesso femminile si pone almeno una volta nella vita: che tipo di donna voglio essere?. In due settimane ho fatto due colloqui di lavoro, in entrambi i casi mi è stato chiesto rispettivamente “sei sposata?” e “hai intenzione di sposarti?”. La cosa mi ha fatto, scusate il francesismo, incazzare. I datori di lavoro si sentono un po’ minacciati dalle quasi trentenni. Loro ci vorrebbero perennemente single, lavoratrici instancabili, flessibili, dinamiche, sempre a disposizione. Il mondo della pubblicità e del marketing ama le forme sinuose del corpo femminile, la nostra capacità estetica di attrarre l’attenzione di chi guarda, e associa da sempre al nostro corpo bevande alcoliche, 1313235856_salma_hayek_-_camparimacchine, borse, vestiti, profumi ecc ecc. (ditemi voi cosa c’entra il davanzale di Salma Hayek con il Campari!!). Da sempre esiste il concetto secondo cui se hai avuto il dono di essere avvenente di sicuro otterrai tutto più facilmente. Soldi a volontà, uomini ai tuoi piedi, una carriera dove gli ostacoli sono così bassi e rari che li salti tranquillamente con il tacco 12. Oggi l’immagine di donna è ancora più confusa. Avevamo fatto qualche passo in avanti e poi escono libri e film come “Cinquanta sfumature di grigio” in cui il protagonista, figo, ricco e stronzo circondato da mille metafore che inneggiano alla sua virilità (auto di grossa cilindrata, elicotteri, ville ecc) trasforma una ragazza apparentemente intelligente in una perfetta schiava sessuale. E come se non bastasse, questa qui colpita dalla classica sindrome della crocerossina, vuole persino salvarlo dalla perversione. Una donna normale se ne scapperebbe a gambe levate. Lei no, lei riduce il femminismo al tentativo di far innamorare e rieducare un uomo pericoloso e ossessivo che la vuole sostanzialmente frustare. Libro che ha venduto milioni di copie, film che ha suscitato grande attenzione e curiosità ma che ci riportano all’età della pietra. Uomo cacciatore-donna raccogli frutti sfigati. E crea un messaggio di fondo pericoloso: un uomo violento si può rieducare con l’amore che solo una donna può offrire. Ecco il classico cliché da cui nascono tanti casi di violenza domestica. Quasi 3 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni in Italia sono vittime di abusi e violenze domestiche. E il 97% di queste violenze non vengono denunciate. “Sono sicura che non lo farà più”, “cambierà”, “sopporto tutto questo per i bambini”, “in fondo lo amo”. No, queste scuse non sono ammissibili. Non siamo crocerossine, siamo donne. Un rapporto d’amore sereno tra uomo e donna non è un’utopia, ma dobbiamo pretenderlo, dobbiamo amare prima noi stesse. Oggi è nostro dovere porci una domanda, tutte noi: che tipo di donna vogliamo diventare? Che tipo di femminismo vogliamo trasmettere alle nostre figlie?. C’è tanto lavoro da fare ancora. In Italia ogni 100 uomini laureati ci sono 155,8 donne che hanno raggiunto lo stesso traguardo accademico. Eppure, i lavoratori uomini guadagnano il 7,3% in più delle lavoratrici. Nel febbraio 2014, il tasso di disoccupazione maschile era del 12,5% e quello femminile del 13,6%. E il dono che la natura ci ha dato, la capacità di donare la vita, spesso ci penalizza: solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici, rendendo sempre più difficile coniugare famiglia e lavoro. L’8 marzo, perciò, deve essere per noi una data per riflettere. Il cambiamento deve partire da noi. Spesso mi è capitato di lavorare in ambienti con sole colleghe donne, e alle superiori sono capitata per 3 anni in una classe di sole donne. Beh ragazze, ci sono stati momenti in cui ho desiderato tanto la presenza di un maschio per allentare la tensione. Spesso si creava il classico “pollaio”, con una che sparla dell’altra, questa che spettegola su quella e l’altra che dice cattiverie su tutte. Noi donne siamo spesso troppo competitive, invidiose, invece di collaborare ci mettiamo i bastoni tra le ruote per stupide gelosie. So che sarò impopolare dicendo queste cose, ma è ciò che penso e sapete che sono sempre sincera. Usiamo questo 8 marzo non per regalarci le mimose (potevano scegliere dei fiori più belli per festeggiarci, a me ‘ste palline gialle non piacciono molto! :P), per sentirci dire quanto siamo importanti da una società che ancora non sa valorizzarci. E che il 9 marzo si sarà già dimenticata di noi. Usiamo questo giorno per pensare che tipo di donne vogliamo diventare, come possiamo farci valere nell’ambiente in cui viviamo e soprattutto, come possiamo essere solidali e collaborative con le altre donne. Solo noi possiamo cambiare lo status quo, senza cadere nei vecchi schemi dell’integralismo femminista per cui “l’uomo è il nemico”. Non è una lotta tra i sessi, è un’affermazione di ciò che siamo. Noi non dobbiamo a tutti costi assumere delle caratteristiche maschili per affermarci, per “competere” con loro. E’ qui che il vecchio femminismo sbagliava. Non voglio più essere la donna manager acida, senza figli e spregiudicata (anche perché per come sono messa adesso direi che all’epoca avevo “high hopes” come direbbe Bruce Springsteen, potrei diventare una manager tra tre o quattro reincarnazioni se mi va bene! XD) che tiene testa ai colleghi maschi. Voglio far valere sensibilità, maternità e creatività e affermarmi proprio per queste mie caratteristiche femminili. E cominciamo a lavorare dal linguaggio, eliminando frasi come “non fare la femminuccia”, parole come “zitella” o i tanti proverbi retaggio di una cultura maschilista, come diceva Mina:

“Sto fatto che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna mi sembra una gran cretinata. E’ la solita storia che puzza di mancia, di gratifica natalizia, di carità, di bel gesto nei confronti di noi donne, esseri inferiori. Io mi sono rotta leggermente le palle. E dietro una grande donna c’è sempre chi o che cosa? Solo se stessa, temo”.

Spero che questo mio post vi sembri interessante e vi stimoli qualche riflessione non solo in occasione della festa della donna ma ogni giorno della vostra vita. Un bacio a tutte, vi prometto che il prossimo post sarà sul make-up! 😉

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4 thoughts on “Il post anti-festa delle donne

  1. Basti pensare che per insultare un uomo lo si chiama stronzo, per insultare una donna la si chiama zoccola. Non aggiungo altro se non che sto schivando gli auguri ed i post melensi come proiettili, festeggerò solo quando non ci sarà bisogno di una festa delle donne, come se fossimo indiani in una riserva. 😀

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    • Grazie mille!!! L’ho riletto perché sono passati diversi mesi ormai da quando l’ho scritto e mi ha fatto riflettere di nuovo il discorso, è sempre attuale purtroppo!! Un bacio, grazie per avere letto e grazie per il commento! ❤

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